Accessibilità nei contesti di gioco, tempo libero e sport
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02 - Dal muscolo all’esperienza: ripensare l’attività fisica

02 - Dal muscolo all’esperienza: ripensare l’attività fisica

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L’episodio confronta la definizione tradizionale di attività fisica, centrata su movimento ed energia, con una visione più ampia che include contesto, emozioni, relazioni e significato personale. Si passa poi all’esercizio fisico, alle sue caratteristiche programmate e alle diverse intensità, dal sedentario al moderato, nella vita quotidiana.

Questo episodio è prodotto dall'Università del Salento con il supporto di tecnologie di Intelligenza Artificiale. Le voci presenti sono sintetiche e/o clonate artificialmente, così come i dialoghi e parte della realizzazione sonora del podcast.

Tutti i contenuti sono sottoposti a supervisione e verifica umana continua, al fine di garantire accuratezza, affidabilità e qualità delle informazioni condivise.



Chapter 1

Dal movimento meccanico all'esperienza umana

Matteo

C'è una differenza enorme tra dire che un corpo si muove... e dire che una persona vive qualcosa mentre si muove. Sembra una sfumatura, quasi un vezzo linguistico, invece no: è uno di quei passaggi che cambiano proprio il modo in cui guardiamo all'attività fisica.

Matteo

Nella definizione più tradizionale, quella formulata da Kaspersen intorno alla metà degli anni Ottanta, l'attività fisica è qualsiasi movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici che comporta un dispendio energetico. Il punto chiave è questo: movimento, muscoli scheletrici, energia spesa sopra il livello basale, misurata in chilocalorie. È una definizione chiara, pulita, molto forte sul piano organico-metabolico. Funziona, sì. Però stringe il campo.

Matteo

Perché se io descrivo l'attività fisica soltanto come contrazione muscolare più consumo energetico, sto già facendo una scelta. Sto dicendo, in pratica, che ciò che conta davvero è il lato biomeccanico del fenomeno. Il corpo come macchina che produce movimento. Il muscolo che lavora. Le calorie che salgono. Tutto vero, per carità... ma non è tutto.

Matteo

Ed è qui che arriva l'aggiornamento del 2020 proposto da Piggin, che allarga il quadro in maniera molto più ampia. L'attività fisica, in questa prospettiva, coinvolge persone che si muovono, agiscono, si esibiscono all'interno di spazi e contesti culturalmente specifici, influenzati da una gamma unica di interessi, emozioni, idee, istruzioni e relazioni. Ecco il salto. Non più solo il corpo che consuma energia, ma la persona situata in un contesto, dentro una cultura, dentro una rete di significati.

Matteo

Se ci si pensa bene, cambia quasi tutto. Perché il movimento non è mai del tutto neutro. Non accade nel vuoto. Accade in uno spazio, con certe regole implicite o esplicite, con motivazioni diverse, con emozioni che spingono o frenano, con relazioni che possono includere oppure escludere. E questa definizione nuova, più larga, prende sul serio proprio questo: non soltanto gli aspetti organico-metabolici, ma anche interessi personali, emozioni, e più in generale la dimensione esperienziale del soggetto.

Matteo

Io questa cosa la trovo potentissima. Perché ci costringe a smettere di guardare l'attività fisica come se fosse soltanto un fatto di muscoli e numeri. Certo, i numeri servono. Eccome se servono. Ma se ci fermiamo lì, lasciamo fuori pezzi fondamentali: il piano cognitivo, quello sociale, quello educativo. Lasciamo fuori l'idea che muoversi significhi anche imparare, relazionarsi, esprimersi, essere presenti in un certo ambiente e in un certo tempo.

Matteo

E forse è proprio questo il punto di svolta. Non si tratta di buttare via la definizione tradizionale. Sarebbe sciocco. Si tratta di capire che non basta più da sola. La vecchia prospettiva ci dà una base molto utile per descrivere il carico fisico, il dispendio energetico, la componente fisiologica. La prospettiva più recente, invece, amplia lo sguardo e restituisce complessità all'esperienza umana del movimento.

Matteo

E allora la domanda non è più solo: quanto consuma questa attività? Ma anche: che cosa significa per chi la vive? In quale spazio avviene? In quale contesto culturale? Con quali istruzioni? Con quali relazioni? Con quale coinvolgimento emotivo? È un passaggio da una visione centrata prevalentemente sulla salute fisica a una concezione più olistica, più complessa, e direi anche più onesta.

Matteo

Perché, diciamolo, l'espressione movimento corporeo rischia davvero di ridurre tutto a un fatto meccanico. E quando un concetto viene ridotto troppo, succede una cosa fastidiosa: sembra preciso, ma in realtà diventa povero. Qui invece il quadro si allarga. L'attività fisica comprende anche aspetti cognitivi, emotivi e sociali dell'essere umano. Non come dettagli laterali, non come decorazione, ma come parte integrante del fenomeno.

Matteo

E da qui in poi cambia anche il modo di ragionare su tutto il resto: sull'esercizio fisico, sullo sport, sul gioco, sull'accessibilità. Perché se al centro non c'è solo il corpo che si muove, ma la persona che partecipa, allora non basta più chiedersi se un'attività esista. Bisogna chiedersi per CHI esiste, in che modo, e a quali condizioni può diventare davvero significativa.

Chapter 2

Esercizio fisico intensità e vita quotidiana

Matteo

Dentro questo macroinsieme che chiamiamo attività fisica, c'è poi un sottoinsieme molto più definito: l'esercizio fisico. E qui la faccenda si fa più strutturata, più precisa, quasi più da officina ben regolata che da movimento spontaneo. Sì, mi piace questa immagine: non qualsiasi gesto, ma un gesto costruito con criterio.

Matteo

L'esercizio fisico, infatti, è quell'attività fisica che è pianificata, strutturata, ripetitiva e destinata a raggiungere una forma fisica oppure un obiettivo finale o intermedio. Quindi non basta muoversi. Serve una direzione. Serve programmazione. Servono parametri di carico ben definiti, ben strutturati, ben programmati. Qui il movimento non è soltanto vissuto: è organizzato per produrre un certo adattamento o avvicinare un certo risultato.

Matteo

E appena si entra nel territorio dell'esercizio, diventa inevitabile parlare di intensità. Perché non tutte le attività chiedono la stessa cosa al corpo. La letteratura scientifica, secondo quanto viene richiamato qui, distingue cinque categorie che propongono uno stress fisiologico relativo. Ed è importante notarlo: anche queste categorie sono identificate principalmente sull'aspetto organico-metabolico. Quindi servono a definire l'intensità vera e propria dell'attività fisica.

Matteo

La prima categoria è quella delle attività sedentarie. In genere comportano lo stare seduti o sdraiati, con pochi movimenti aggiuntivi. Hanno un piccolo fabbisogno energetico, con un equivalente metabolico sotto a 1,7 MET. Sono attività che possono essere protratte nel tempo e non influiscono sui parametri vitali. Qui il corpo è presente, certo, ma in una condizione di richiesta molto bassa.

Matteo

Poi ci sono le attività a bassa intensità, o intensità leggera. E qui il riferimento diventa quasi quotidiano: compiti domestici o professionali come lavare i piatti, stendere il bucato, stirare, svolgere mansioni di ufficio. A livello operativo, il valore è intorno a 1,6-3 MET. E possono anche essere valutate attraverso la frequenza cardiaca massima: circa il 40-50% dell'FCmax. Sono attività che non provocano un cambiamento notevole della funzione respiratoria e possono essere sostenute per molto tempo senza particolari limitazioni.

Matteo

Questa è una di quelle zone che spesso si sottovalutano, perché sembrano banali. Invece raccontano una cosa importante: la vita quotidiana è piena di attività fisiche che non sembrano “allenamento” ma restano comunque movimento, e rientrano dentro una scala di intensità leggibile, misurabile, concreta.

Matteo

Quando si sale all'intensità moderata, si entra in un intervallo tra 3 e 6 MET, con un'intensità relativa intorno al 55-70% della frequenza cardiaca massima. E qui compare un criterio molto umano, molto intuitivo, che trovo utilissimo: sono attività che permettono di condurre una conversazione senza interruzioni. Questa immagine vale quasi più di una tabella. Se riesci a parlare con continuità, sei in una zona che può essere protratta per una certa quantità di tempo.

Matteo

Ecco, questo è il punto in cui i numeri e l'esperienza si incontrano bene. Da una parte hai i MET e la percentuale di FCmax; dall'altra hai una domanda semplicissima: riesco ancora a parlare in modo continuo? È un confine pratico, vivo, percepibile.

Matteo

Poi arriva l'intensità vigorosa: equivalente metabolico compreso tra 6 e 9 MET, percentuale di frequenza cardiaca massima tra il 70 e il 90%. Qui il disturbo omeostatico dei sistemi fisiologici diventa notevole, e la durata sostenibile si accorcia. Non sei più in quella fascia in cui tutto scorre con relativa facilità. Il corpo deve lavorare di più, recupera diversamente, e il tempo di mantenimento si riduce.

Matteo

Infine c'è l'alta intensità, l'ultima categoria. Qui il livello di intensità relativa è pari o superiore al 90% della frequenza cardiaca massima, con un dispendio energetico superiore ai 9 MET. È un tasso che si verifica molto raramente nella vita quotidiana. E infatti si parla di attività che generalmente non possono essere protratte per più di 10 minuti. E questo dato, da solo, ridimensiona parecchie confusioni: non tutto ciò che è faticoso è altissima intensità, e non tutto ciò che ci fa “sentire attivi” richiede davvero quel livello di stress fisiologico.

Matteo

Se mettiamo queste cinque categorie una accanto all'altra, non otteniamo soltanto una scala tecnica. Otteniamo un modo per leggere la sostenibilità di un'attività: quanto è prolungabile, quanto altera la respirazione, quanto permette la conversazione, quanto richiede recupero. È quasi una grammatica del carico. E torna utile anche per non confondere il semplice muoversi con l'esercizio programmato, e l'esercizio programmato con lo sforzo molto elevato.

Matteo

Ma c'è anche un'altra cosa, più sottile. Questa classificazione dell'intensità è preziosa, sì, però resta ancorata soprattutto al versante organico-metabolico. E allora si vede bene il doppio livello di cui parlavamo prima: da una parte servono misure, categorie, soglie, parametri. Dall'altra, se vogliamo capire davvero che cos'è l'attività fisica nella vita delle persone, dobbiamo continuare a tenere dentro anche contesti, motivazioni, relazioni, significati. Altrimenti la mappa diventa accurata... ma del territorio sbagliato.

Chapter 3

Sport sport adattato e parasport

Matteo

Quando l'attività fisica diventa organizzata, regolamentata, sostenuta da regole e da un quadro istituzionale, entriamo nel campo dello sport. E qui il discorso si allarga di nuovo, perché lo sport non mira soltanto a migliorare la condizione fisica e mentale: serve anche a sviluppare relazioni sociali e a raggiungere risultati. Non è un dettaglio. Il risultato conta, la relazione conta, la regolazione conta. Lo sport vive dentro una cornice.

Matteo

E proprio perché vive dentro una cornice, la questione dell'accessibilità non può essere trattata come un'aggiunta dell'ultimo minuto. Se ci prendiamo sul serio quella visione più ampia dell'attività fisica, allora dobbiamo guardare con la stessa serietà anche a come le persone entrano, o non entrano, dentro quella cornice sportiva.

Matteo

Qui diventa essenziale il concetto di sport adattato. Lo sport adattato è una pratica sportiva modificata: si modificano regole, attrezzature, spazi, tempi, modalità di partecipazione. E lo scopo è permettere a una persona con disabilità o con limitazioni funzionali di partecipare in modo sicuro e significativo, mantenendo il più possibile la logica e gli obiettivi del gesto sportivo.

Matteo

Questa espressione, “sicuro e significativo”, secondo me pesa tantissimo. Sicuro, cioè praticabile senza esporre la persona a condizioni inappropriate. Significativo, cioè non ridotto a una presenza puramente simbolica. Non basta far entrare qualcuno nello spazio dello sport: bisogna far sì che la partecipazione mantenga senso, valore, continuità con la logica del gesto sportivo.

Matteo

Da qui il passaggio ai parasport è naturale, ma non identico. I parasport sono quegli sport a cui partecipano atleti con disabilità e per i quali esistono regole o classificazioni conformi al codice di classificazione dell'IPC, il Comitato Internazionale Paralimpico, con federazioni internazionali riconosciute dallo stesso IPC. Insomma, non è soltanto sport praticato da atleti con disabilità: c'è un impianto regolativo preciso che definisce appartenenza, criteri e organizzazione.

Matteo

E qui si arriva a un punto che spesso viene percepito come tecnico, freddo, quasi burocratico, ma in realtà è centrale: la classificazione paralimpica. Non è una mera procedura tecnica. È un pilastro fondamentale per garantire l'integrità della competizione. Senza classificazione, l'equità competitiva si indebolisce. E quando si indebolisce l'equità, si indebolisce anche il senso stesso della partecipazione.

Matteo

L'obiettivo primario della classificazione è promuovere la partecipazione minimizzando l'impatto delle menomazioni eleggibili sull'esito della competizione. Questa frase va assaporata piano, perché dentro c'è tutta la logica del sistema. Non si tratta di cancellare le differenze. Si tratta di costruire condizioni in cui il risultato sportivo non sia determinato in modo sproporzionato dalla menomazione eleggibile.

Matteo

Questo approccio segna anche una transizione cruciale: dai sistemi basati sul giudizio soggettivo verso modelli empirici. E per fare questo serve un linguaggio tassonomico standardizzato, identificato dalla classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute, l'ICF. Lo scopo è garantire coerenza e trasparenza a livello globale e internazionale. Cioè: parlare la stessa lingua, usare concetti coerenti, rendere leggibili i criteri.

Matteo

La classificazione paralimpica si connette infatti a due sistemi di classificazione utilizzati in due campi. Da un lato salute e funzionamento: qui i sistemi paralimpici usano linguaggio e concetti coerenti con l'ICF per migliorare la comunicazione. Dall'altro lato lo sport: in questo caso la classificazione riduce la probabilità di una competizione unilaterale e promuove la partecipazione. È un doppio ancoraggio molto interessante, perché tiene insieme il lessico del funzionamento e la logica della gara.

Matteo

Dentro lo sport vengono richiamate soprattutto due classificazioni: la performance classification e la selective classification. E la differenza, detta così, può sembrare astratta. Però gli esempi aiutano parecchio. La performance classification viene descritta come il punteggio nel golf: passare a un livello successivo permette di passare a una categoria successiva. La selective classification, invece, viene paragonata agli sport della boxe, dove la categoria di peso permette di restare in quella stessa categoria indipendentemente dai risultati ottenuti.

Matteo

Negli sport paralimpici servono sistemi di selective classification, proprio per evitare che gli atleti che migliorano le loro prestazioni attraverso un allenamento efficace vengano spostati in una classe con atleti che hanno meno limitazioni, come accadrebbe in un sistema di performance classification. E questo è un passaggio fondamentale, perché protegge il valore dell'allenamento. Il miglioramento ottenuto con il lavoro non deve trasformarsi in una penalizzazione classificatoria.

Matteo

Capite quanto sia delicato questo equilibrio? Da una parte bisogna classificare per rendere la competizione equa. Dall'altra bisogna farlo senza scoraggiare il progresso sportivo. Se un sistema punisse chi migliora, sarebbe un sistema paradossale. E infatti la selective classification serve proprio a evitare questo cortocircuito.

Matteo

Il modello teorico ipotizzato nel 2011, viene detto, resta ancora valido. Ma il modo di applicarlo è in continua evoluzione. Oggi si cerca di passare da una classificazione fondata soprattutto su osservazione clinica ed esperienza a classificazioni sostenute da test validi. Prima il criterio principale era l'osservazione; adesso le raccomandazioni più nuove puntano su test validi, misure oggettive e studi sport-specifici. Il principio resta, il metodo diventa più scientifico.

Matteo

Ecco perché ridurre questi temi a faccende da specialisti sarebbe un errore. Qui non stiamo parlando di una nota a piè di pagina dello sport. Stiamo parlando di come una comunità decide che cosa significa partecipare in modo equo, trasparente, riconosciuto. Stiamo parlando di accessibilità reale, non solo dichiarata. Perché accessibile non è soltanto ciò che lascia entrare; accessibile è ciò che permette di stare dentro in modo sicuro, significativo e giusto.

Chapter 4

Il gioco come accesso relazione e continuità

Matteo

E poi c'è il gioco. Che a volte viene trattato come qualcosa di minore, di preliminare, quasi un gradino prima delle cose “serie”. Ma non regge. Non regge proprio, se ascoltiamo con attenzione come viene descritto.

Matteo

Nei bambini, il gioco è un'attività spontanea, volontaria, piacevole e flessibile, scelta liberamente la maggior parte delle volte e guidata soprattutto da una motivazione intrinseca. E c'è una frase che illumina tutto: nel gioco il processo conta più del risultato. Questo, da solo, cambia il clima dell'esperienza. Non sparisce il fare, non sparisce il movimento, non sparisce la relazione. Semplicemente il centro non è il prodotto finale ma il modo in cui si sta dentro l'attività.

Matteo

Durante il gioco, i bambini combinano movimento, uso di oggetti, simboli, immaginazione, finzioni e relazioni con gli altri. C'è il corpo, sì, ma c'è anche il simbolo. C'è l'azione, ma c'è anche l'invenzione. C'è il gesto, ma c'è anche il legame. E qui torna, quasi con una precisione sorprendente, quella visione ampia dell'attività fisica da cui siamo partiti: non solo organismo, non solo meccanica, ma esperienza situata e relazionale.

Matteo

Però il gioco non appartiene solo all'infanzia. Esiste in tutte le fasce d'età. Cambia per funzione, per forma, per contesto, ma mantiene alcuni tratti comuni: è spesso volontario e motivante, può avere regole più o meno esplicite, e può contenere esplorazione, relazione, sfida, creatività. Questa continuità è bellissima, perché ci impedisce di rinchiudere il gioco in un'età della vita e basta.

Matteo

Nell'infanzia e nell'adolescenza, naturalmente, il gioco assume forme diverse. Ma continua a esistere. Tra i 18 e i 64 anni viene visto come svago, hobby, giochi sociali. Quindi non scompare affatto: cambia abito. Magari diventa meno centrale nel modo in cui lo nominiamo, però continua a portare con sé relazione, piacere, partecipazione.

Matteo

E sopra i 65 anni il gioco svolge un ruolo di attività ricreativa e sociale e può essere fondamentale per incrementare la partecipazione sociale, stimolare l'aspetto cognitivo, la mobilità e le funzioni motorie. Anche qui il quadro è chiarissimo: il gioco non è un riempitivo del tempo libero. Può sostenere funzioni importanti e, soprattutto, può farlo in una forma che non separa il movimento dalla relazione e dalla motivazione.

Matteo

Se mettiamo insieme tutto quello che abbiamo attraversato, succede una cosa interessante. L'attività fisica smette di essere soltanto una questione di calorie. L'esercizio fisico ci mostra il valore della pianificazione e del carico. Lo sport ci porta dentro regole, istituzioni, risultati e relazioni. Lo sport adattato e i parasport rendono visibile il lavoro necessario perché quella partecipazione sia sicura, significativa ed equa. E il gioco, invece di stare ai margini, tiene aperto il filo che collega spontaneità, motivazione, creatività e continuità lungo l'intero arco della vita.

Matteo

Allora forse l'accessibilità, nei contesti di tempo libero, di gioco e di sport, non può più essere pensata solo come possibilità di accesso fisico o come semplice adattamento tecnico. Deve essere pensata dentro quella trama fatta di spazio, cultura, emozioni, istruzioni, relazioni, obiettivi, regole e forme di partecipazione. Perché se il movimento è anche esperienza, se lo sport è anche cornice sociale, se il gioco è anche motivazione e legame... che cosa vuol dire davvero rendere accessibile un contesto? E soprattutto: stiamo ancora progettando per corpi che si muovono, o finalmente per persone che partecipano?