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19 - L’inclusione nello sport va ripensata, non corretta

19 - L’inclusione nello sport va ripensata, non corretta

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Un episodio che spiega perché l’inclusione nelle attività motorie non dipende solo dalla persona, ma soprattutto da come vengono progettati contesto, regole e materiali. Attraverso l’Inclusion Spectrum, si esplorano quattro modi di organizzare la stessa attività per favorire partecipazione, apprendimento e sicurezza.

Questo episodio è prodotto dall'Università del Salento con il supporto di tecnologie di Intelligenza Artificiale. Le voci presenti sono sintetiche e/o clonate artificialmente, così come i dialoghi e parte della realizzazione sonora del podcast.

Tutti i contenuti sono sottoposti a supervisione e verifica umana continua, al fine di garantire accuratezza, affidabilità e qualità delle informazioni condivise.


Chapter 1

L’inclusione non è un formato unico

Matteo

C’è una differenza enorme tra essere presenti e poter partecipare davvero. In palestra, in un campo, in un gioco, quella differenza si sente subito: una persona può essere lì, nel gruppo, e allo stesso tempo restarne ai margini. Oppure può entrare davvero nell’attività, capirla, viverla, riuscirci, modificarla insieme agli altri. Ed è proprio qui che il discorso sull’inclusione smette di essere una bella parola e diventa una questione di progettazione concreta. Welcome to the show.

Matteo

Quando si parla di attività fisica inclusiva, la tentazione è sempre la stessa: guardare la persona e chiedersi che cosa non riesca a fare. Però il punto di svolta è quasi l’opposto. Spesso il problema non è la persona. È il contesto che non è stato adattato. È l’attività che è stata pensata in un solo modo. È la proposta motoria che, così com’è, apre la porta ad alcuni e la lascia socchiusa per altri.

Matteo

Questa idea non arriva dal nulla. Già nel 1987 Winnick propone un modello di inclusione delle persone con disabilità nello sport, e quel lavoro mette le basi per il framework che poi viene sviluppato da Black e Stevenson nel 2011: l’Inclusion Spectrum. Ed è un nome azzeccato, perché “spectrum” dice esattamente questo: non esiste un unico formato valido sempre, non esiste una ricetta universale, non c’è un interruttore che passa da escluso a incluso. C’è una gamma di opzioni.

Matteo

E questa, a me, sembra una di quelle idee che cambiano il modo di guardare le cose. Perché se l’inclusione è una gamma di opzioni, allora non stiamo più chiedendo alla persona di adattarsi da sola all’attività. Stiamo chiedendo all’attività di diventare abbastanza flessibile da accogliere abilità diverse, compiti diversi, ambienti diversi. In altre parole: non si aggiusta la persona, si ripensa la proposta.

Matteo

L’Inclusion Spectrum attribuisce uguale rilevanza alle diverse modalità di organizzare un’attività all’interno del processo inclusivo. Questa è una cosa importante. Uguale rilevanza vuol dire che non c’è un formato nobile e uno di serie B. Non c’è la soluzione “vera” e poi le altre come ripiego. C’è invece un framework pratico, utile per progettare, per dosare i compiti, per modificare i parametri motori, per aumentare davvero l’opportunità di partecipazione.

Matteo

E qui c’è un passaggio decisivo: la partecipazione non deve essere nominale. Non basta dire “sì, sì, partecipano tutti”. Perché tutti come? Tutti nello stesso modo? Tutti con la stessa possibilità di successo? Tutti in sicurezza? Tutti con la possibilità di imparare qualcosa? Se la risposta è no, allora forse quella non è inclusione. È solo presenza condivisa nello stesso spazio.

Matteo

Mi colpisce molto questa prospettiva sociale e ambientale proposta da Black e Stevenson. Perché sposta il fuoco. Dice: guardiamo meno il deficit come problema isolato, guardiamo di più la mancanza di adattamento del contesto e dell’attività. È una specie di cambio di lente. E una volta che cambi lente, cambi anche le domande. Non chiedi più soltanto “questa persona può fare questo sport?”. Inizi a chiederti “come posso modificare questo sport, questo gioco, questo compito, perché quella partecipazione diventi reale?”.

Matteo

E se ci pensate, vale ben oltre la disabilità. Vale per chi è all’inizio, per chi ha livelli di abilità diversi, per chi ha bisogno di tempi differenti, per chi entra in un’attività con più timore o con meno esperienza. L’attività fisica adattata, infatti, non si concentra esclusivamente su una popolazione con visioni speciali -- verrebbe quasi da dire bisogni speciali, ma il senso è più ampio -- deve essere accessibile a tutti. E questa parola, “tutti”, qui non è decorativa. È operativa.

Matteo

A volte penso alle attività motorie come a una macchina da caffè vintage -- sì, abbiate pazienza, deformazione personale. Se la pressione è sbagliata, se il filtro è troppo rigido, se la guarnizione non lascia passare niente, il problema non è il caffè. È il sistema che non sta funzionando come dovrebbe. Ecco, in palestra succede qualcosa di simile: se una persona resta fuori, prima di attribuire tutto alle sue caratteristiche, forse conviene dare un’occhiata alla macchina intera.

Matteo

Ed è da qui che nasce l’idea più fertile dell’intero discorso: cambiare la proposta motoria può rendere la partecipazione concreta, accessibile, viva. Non simbolica. Non concessa in modo marginale. Reale. E una volta capito questo, il passo successivo è quasi inevitabile: quali sono, in pratica, le opzioni che abbiamo?

Chapter 2

Quattro modi di organizzare la stessa attività

Matteo

Lo spettro dell’inclusione descrive quattro modalità con cui organizzare un’attività per massimizzare partecipazione, apprendimento e sicurezza. E ripeto quella parola perché conta: quattro modalità, non quattro gradini. Non è una scala gerarchica. Non c’è “più inclusivo” in astratto. C’è “più appropriato” in relazione al compito, all’abilità, al contesto, all’ambiente.

Matteo

La prima modalità è quella delle open activities, le attività aperte. Qui tutti partecipano insieme con nessuna o pochissime modifiche, perché l’attività stessa è già accessibile. È già nata in una forma che consente la partecipazione di tutti. Nel materiale si citano, per esempio, giochi operativi o giochi pensati fin dall’inizio con caratteristiche inclusive, capaci di tenere dentro abilità differenti senza dover stravolgere l’impianto.

Matteo

Questo è interessante, perché a volte si immagina l’inclusione solo come adattamento successivo, quasi una correzione da applicare dopo. Invece no: ci sono attività che partono già bene. Hanno una struttura abbastanza aperta, abbastanza elastica, abbastanza leggibile da accogliere tutti quasi naturalmente. E quando succede, il clima cambia. Meno aggiustamenti d’emergenza, meno sensazione di eccezione, più partecipazione condivisa.

Matteo

Poi ci sono le attività adattate. Stessa attività, ma progettata per tutti con alcuni adattamenti, che possono essere piccoli oppure anche significativi. Qui entrano in gioco lo spazio, le regole, i materiali, i ruoli in campo. Ed è qui che l’inclusione mostra il suo lato artigianale, concreto, persino creativo. Non si cambia l’obiettivo profondo dell’attività, ma si cambiano le condizioni con cui quell’obiettivo viene raggiunto.

Matteo

Immaginate, per esempio, un gioco in cui lo spazio viene ridotto o ampliato, oppure in cui i ruoli vengono distribuiti diversamente. Oppure una regola che viene semplificata. Oppure un materiale che rende il gesto più accessibile. La stessa attività resta riconoscibile, però si apre. E questa apertura non è un favore. È una scelta progettuale precisa.

Matteo

La terza modalità è quella delle attività parallele. Nei contesti motori e sportivi, sono le attività svolte in base all’abilità della persona. Qui i gruppi lavorano sullo stesso tema, sulla stessa abilità, sulla medesima attività, ma con modalità leggermente diverse. È come dire: il filo conduttore resta comune, ma i sottogruppi cambiano compiti e livelli.

Matteo

Questo punto è delicato, perché qualcuno potrebbe pensare: ma allora si stanno separando le persone. Il rischio c’è, certo, se lo si fa in modo rigido o stigmatizzante. Però nello Spectrum non è questa l’idea. L’idea è permettere a ciascuno di lavorare sullo stesso contenuto in una variante adeguata. Quindi non è uscire dal percorso. È percorrerlo con una modalità che tenga conto del livello del compito motorio.

Matteo

Infine ci sono le attività specifiche, cioè gli sport adattati. Alcuni partecipanti, o anche tutto il gruppo, svolgono attività specifiche di uno sport adattato. L’esempio citato è il sitting volley, che viene presentato come un’attività utile per sviluppare abilità in modo mirato. E non solo: può anche favorire il passaggio successivo verso attività più open, più modificate o parallele, quando questo diventa appropriato.

Matteo

E qui secondo me c’è un altro piccolo ribaltamento mentale. L’attività specifica non è “in fondo” perché vale meno. È in fondo nella descrizione, ma non nella dignità pedagogica. Anzi, in certi casi è esattamente la scelta giusta. Per sviluppare competenze, per consolidare sicurezza, per far sperimentare uno sport in una forma realmente praticabile, e poi eventualmente aprire altre transizioni.

Matteo

Le transizioni, appunto. Perché questi modelli non sono scatole chiuse. Non è che una persona entra in una categoria e ci resta. In base all’abilità, al compito proposto, all’ambiente, al momento del percorso, si può passare da una modalità all’altra. E questa mobilità è preziosa. Rende l’inclusione una pratica viva, non un’etichetta fissa.

Matteo

L’errore più comune sarebbe trasformare anche lo Spectrum in un modulo burocratico: attività aperta, spunta; attività adattata, spunta; tutti contenti, fine. No. Il senso è un altro. È usare queste quattro modalità come lenti operative per chiedersi: qui, oggi, con questo gruppo, con questo compito, qual è la forma che massimizza partecipazione, apprendimento e sicurezza?

Matteo

E questa domanda è potente perché costringe a guardare le cose per quello che sono davvero. Non per principio astratto, non per slogan. Se l’attività aperta funziona, benissimo. Se servono adattamenti di spazi, regole, materiali o ruoli, si fanno. Se è più utile lavorare in parallelo, si organizza così. Se la scelta migliore è un’attività specifica, si va lì. L’inclusione, insomma, non coincide con una forma unica di stare insieme. Coincide con la capacità di scegliere bene la forma.

Chapter 3

Il modello STEP come strumento pratico

Matteo

E a questo punto arriva la domanda più pratica di tutte: d’accordo, abbiamo capito che l’attività si può ripensare. Ma come si fa, concretamente, mentre si progetta o addirittura mentre il compito è in corso? Qui entra in scena il modello STEP, integrato all’interno dell’Inclusion Spectrum. Ed è uno di quei modelli che piacciono perché non restano in teoria: ti mettono in mano leve precise.

Matteo

STEP è l’acronimo di spazio, compito, ambiente, equipaggiamenti e persone. Nel materiale l’elenco viene articolato proprio così: spazio, compito, attrezzi o equipaggiamenti, persone, e più in generale il contesto ambientale in cui l’attività si svolge. È un framework operativo per rendere l’attività più inclusiva, modulandola in modo che tutti possano partecipare, avere successo, progredire e continuare a praticare attività fisica.

Matteo

E questa idea del “continuare” per me è fondamentale. Perché non basta costruire un’esperienza una tantum, magari bella sulla carta. Il punto è creare condizioni in cui una persona possa voler tornare, possa sentirsi competente, possa trovare motivazione. Se l’attività è troppo distante dalle sue possibilità, o troppo rigida, spesso non fallisce solo quel compito. Si incrina la voglia stessa di praticare.

Matteo

Partiamo dallo spazio. Lo spazio riguarda dove e come si svolge l’attività: ampiezza delle aree, dimensioni del campo, distanze, zone, livelli. E sembra banale, ma non lo è per niente. Modificare lo spazio significa modificare tempi, ritmi, richieste motorie, margini di successo. Uno spazio troppo ristretto può diventare una barriera. Uno spazio meglio calibrato può trasformare lo stesso compito in qualcosa di accessibile.

Matteo

Mi piace questa idea perché lo spazio, spesso, lavora in silenzio. Non lo notiamo finché non ci mette in difficoltà. Però nello sport e nel gioco lo spazio decide molto: quanto devi correre, quanto tempo hai per reagire, quanto controllo serve, quanta pressione percepisci. Cambiare il campo, le distanze, le zone operative non è un dettaglio logistico. È un vero adattamento del compito motorio e dei suoi effetti.

Matteo

Poi c’è il compito. Qui parliamo di regole, complessità, progressioni. L’obiettivo è permettere a tutti di svolgere lo stesso compito attraverso strategie o adattamenti differenti. Quindi si può intervenire sulla difficoltà, sulla sequenza, sulla struttura dell’azione. E questo rende possibile lavorare sullo stesso focus senza pretendere una sola via d’accesso.

Matteo

Se penso a quante volte, nello sport, una regola apparentemente piccola cambia tutto... è quasi comico. Una sola regola può spalancare l’attività o chiuderla di colpo. Semplificare una consegna, graduare una progressione, spezzare un compito complesso in passaggi più leggibili: sono interventi che sembrano minuti, ma decidono la qualità reale della partecipazione.

Matteo

Poi ci sono le persone. Qui il modello invita a riflettere sulla composizione e sulla gestione del gruppo. Modificare il gruppo significa anche aumentare l’aspetto sociale dell’attività. E questo conta tantissimo, perché l’inclusione non è solo accesso al gesto tecnico. È anche appartenenza, interazione, possibilità di stare nel gruppo in maniera attiva.

Matteo

A volte si sottovaluta questo aspetto, ma il gruppo può essere una barriera oppure una risorsa potentissima. Dipende da come viene organizzato, da come si distribuiscono ruoli e interazioni, da come si costruiscono le dinamiche interne. Lo sport integrato e lo sport inclusivo, infatti, si fondano proprio sulla capacità del gruppo di adattare i propri comportamenti per consentire alle persone con disabilità di partecipare in maniera attiva e costante, non marginale.

Matteo

E infine gli attrezzi, cioè gli equipaggiamenti. Qui il campo si apre tantissimo: attrezzi più piccoli, attrezzi diversi, palle morbide, palle dure, dimensioni differenti. Il materiale non è neutro. Cambia la presa, il controllo, la paura dell’impatto, la velocità del gesto, la precisione richiesta. In base al livello di abilità, il materiale giusto può rendere un’attività più facile per alcuni e più accessibile per tutti.

Matteo

Questo è il punto che trovo più elegante del modello STEP: non ti dice genericamente “sii inclusivo”. Ti dice dove guardare. Guarda lo spazio. Guarda il compito. Guarda le persone. Guarda gli attrezzi. Guarda il contesto. E appena individui una barriera, puoi intervenire anche tempestivamente, durante il compito stesso, modificando uno o più parametri.

Matteo

Ad esempio, una barriera può essere uno spazio ristretto o non adatto. Oppure un’attrezzatura che non permette di sviluppare quell’attività per tutti. E allora il ragionamento diventa quasi diagnostico: dove si sta inceppando la partecipazione? Nel campo troppo grande? Nella regola troppo complessa? Nel materiale inadatto? Nella struttura del gruppo? Cambia la domanda, e quindi cambia anche la qualità della risposta.

Matteo

Il modello STEP viene comunemente utilizzato in educazione fisica e nello sport scolastico per permettere a tutti di partecipare e di interagire in maniera attiva. Ma i suoi principi si applicano a tutti i contesti. E questa universalità è importante: non è uno strumento speciale per occasioni speciali. È una grammatica pratica per leggere e modificare l’attività fisica ovunque serva.

Matteo

In fondo il messaggio è semplice, anche se non banale: se qualcosa non funziona, non fermarti alla constatazione che una persona “non riesce”. Chiediti prima se hai agito su spazio, compito, gruppo, attrezzi, ambiente. Perché molto spesso il limite che vediamo è anche il prodotto di un contesto rimasto troppo rigido.

Chapter 4

Dall’idea alla pratica: modelli evoluti e attori coinvolti

Matteo

Da qui in poi il discorso si allarga. Perché una volta capito che l’inclusione è una scelta progettuale e che il modello STEP offre strumenti operativi, bisogna vedere come tutto questo si colloca dentro il panorama più ampio dell’attività fisica adattata, dello sport integrato e dei modelli successivi. E qui emerge una distinzione utile.

Matteo

Secondo l’attività fisica adattata, come già visto, l’attenzione non si concentra esclusivamente su una popolazione specifica, ma sull’accessibilità per tutti. Dunque diventano centrali gli ambienti, le attrezzature, i regolamenti, le regole generali dell’attività. È un approccio che chiede di prendere sul serio il contesto, non come cornice, ma come parte attiva della partecipazione.

Matteo

Lo sport integrato o inclusivo, in linea con i principi della pedagogia speciale, mette invece in evidenza la capacità del gruppo di adattare le proprie dinamiche interne e i propri comportamenti. L’obiettivo è consentire alle persone con disabilità di partecipare in maniera attiva e costante. Non in modo marginale. Non con modifiche superficiali. Ma attraverso attività progettate e implementate tenendo conto delle capacità e delle abilità di ognuno.

Matteo

E questo “non marginale” secondo me merita di essere ascoltato bene. Perché è facilissimo cadere nell’inclusione cosmetica. Si cambia una regoletta, si fa un piccolo ritocco, si lascia tutto il resto identico e si dice che il problema è risolto. Però se la persona continua a stare ai bordi dell’esperienza, se non ha continuità, se non ha accesso reale ai tempi, alle modalità, alle opportunità dell’attività, allora no... non basta.

Matteo

Un’evoluzione dell’Inclusion Spectrum è l’Activity Inclusion Model, allineato ai parametri dell’ICF. Il modello di inclusione dell’attività promuove un’offerta di attività fisica e sportiva centrata sul partecipante e garantisce una pratica per tutti, ma una pratica di qualità, reale, non soltanto marginale. E questo indipendentemente dall’ambiente o dalle capacità del partecipante.

Matteo

Nel concreto, le opzioni restano molto simili a quelle già viste: attività aperta, dove tutti possono partecipare in base alle proprie capacità individuali e senza modifiche; attività modificata, dove le persone svolgono la stessa attività in modi diversi; attività parallela, organizzata in gruppi di livello, con varianti dello stesso compito; e attività specifica, dove si partecipa ad attività uniche e specifiche nello sport. La logica di fondo resta quella dello Spectrum, ma affinata e migliorata nei parametri.

Matteo

C’è poi un aspetto molto bello, e molto serio, nelle transizioni previste all’interno del modello: sono definite attraverso una comunicazione continua tra l’adulto di riferimento e chi riceve l’attività fisica, dentro una programmazione pianificata, specifica, orientata alla partecipazione sportiva, all’allenamento o anche alla competizione. Quindi non è improvvisazione benevola. È progettazione dialogata.

Matteo

Questa idea della comunicazione continua mi sembra centrale. Perché l’inclusione non si decide una volta per tutte dall’alto. Si aggiusta, si osserva, si ricalibra. Ha bisogno di ascolto. Ha bisogno di verifica. Ha bisogno di una relazione educativa che non presuma di sapere tutto in anticipo. E in un contesto motorio questo conta ancora di più, perché il corpo ti restituisce subito se una proposta è accessibile oppure no.

Matteo

I fattori che influenzano l’inclusione del singolo partecipante possono essere le capacità, le attività o il contesto. Ma accanto a questi elementi va considerato il servizio, cioè l’ambiente più appropriato. E qui la rete degli attori coinvolti diventa ampia: i club e le attività sportive, chi le gestisce, gli allenatori, gli educatori, i volontari, chi pratica e chi progetta, il settore sanitario e quello dell’istruzione, e anche gli organismi di governo dello sport.

Matteo

Questo elenco conta perché ci ricorda che l’inclusione non si gioca solo nel momento del gioco. Si gioca nella formazione di chi conduce, nelle scelte organizzative dei club, nelle connessioni con la scuola e con il settore sanitario, nelle politiche di governo dello sport, nella possibilità stessa di progettare attività nei diversi contesti. Se uno solo di questi pezzi resta fermo, il sistema si irrigidisce.

Matteo

C’è anche un esempio concreto a livello europeo: Activity Alliance, un’organizzazione benefica nazionale che viene indicata come principale voce e tutela delle persone con disabilità nello sport e nelle attività motorie. Tra i suoi programmi ha creato le Inclusive Physical Education Activity Cards, strumenti di progettazione pensati per garantire un’esperienza di apprendimento di alta qualità e per superare le barriere sistematiche della disabilità.

Matteo

E mi piace molto che siano “cards”, schede operative. Perché ancora una volta il messaggio è chiaro: l’inclusione non vive solo nei principi, vive negli strumenti. Vive nelle scelte minute, ripetute, quotidiane. Vive nel modo in cui prepari l’attività, nel modo in cui leggi le barriere, nel modo in cui reagisci quando capisci che qualcosa sta escludendo qualcuno.

Matteo

Se metti insieme tutto questo -- Inclusion Spectrum, modello STEP, Activity Inclusion Model, ruolo dei servizi e degli attori coinvolti -- quello che emerge è un’idea di sport inclusivo molto più esigente e molto più onesta. Non basta permettere una presenza simbolica. Bisogna costruire una pratica reale, di qualità, accessibile, pensata sul partecipante e sul contesto insieme.

Matteo

E forse è proprio qui che l’inclusione smette di essere un’etichetta rassicurante e diventa una responsabilità continua. Perché ogni attività, ogni gruppo, ogni ambiente ti rimette davanti alla stessa domanda: stiamo davvero aprendo possibilità, o stiamo solo lasciando entrare qualcuno in una struttura rimasta identica? La differenza, alla fine, non è in una parola scritta sul programma. È nella precisione con cui scegliamo di cambiare ciò che serve, ogni volta che serve.